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....credo che sia il primo 33 new prog italiano veramente, totalmente originale. Oh, vero è che una certa guida spirituale da parte del Banco prima maniera la si può anche trovare, ma più che altro è un’impressione, forse dovuta alla splendida voce di Paolo Marcheselli (drammatica e carica come quella del Di Giacomo) e ad un simile gusto per la melodia. Nell’LP il romanticismo anni’70 viene però purgato, scremato, ridotto all’essenziale con arrangiamenti perfetti, sobri ed attenti ad eliminare ogni possibile pomposità. Si passa allora da un pop rock elegante e raffinato ad un prog veramente innovativo quando su questa base vengono inserite sperimentazione e contaminazioni: accurati lavori di ritmica e percussione, schizzi reminiscenti la musica tradizionale celtica, atmosfere e colori mutuati dalla fisarmonica di Astor Piazzolla, minuti di ricerca dell’impressione, della sensazione minima....veramente grande, veramente nuovo. Se con le più brevi”Pubblicità” “Folla di passaggio” ed il capolavoro “Il sogno di Scindigher” si fanno finalmente quattro passi nelle sconcertanti lande della genialità. Si prova piacere a vedere come si riesca ancora a fare qualcosa di nuovo, riutilizzando in parte vecchi linguaggi ed inserendo con parsimonia la propria creatività: Come dire: finalmente qualcosa di “progressivo”, di sperimentale, di avanguardistico che però sa lasciarsi ascoltare, che non è la scorticante espressione di una mente forzatamente contorta. Il flauto e la chitarra che si intersecano con cortesia, le tastiere che ricamano melodie dal sapore indefinibile, la ritmica che punteggia con parsimonia, sembra che si suoni nel salotto di casa, piuttosto che su un palco o in studio: rilassati, concentrati, attenti a dare solo il meglio. Magnifico.


Sandro Pallavicini

( su “Metal Shock” n. 55/56 Novembre 1989)

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750.000 anni fa l’amore?

No, questo atto di fede giunge ora, nel 1989, è targato Sithonia e ne segna il debutto discografico.

I Sithonia sono un gruppo bolognese di sei elementi che nulla concede all’”insostenibile leggerezza dell’apparire”, né attraverso lustrini, codini, orecchini (si noti l’effetto deleterio del diminutivo), o altri subdoli sotterfugi, ma si occupa essenzialmente di musica.

Più espressamente del suono e della sua ricchezza. Suono concepito appunto come sentiero che riserva sempre nuove sorprese e difficoltà e va quindi affrontato con consapevolezza, tenacia ed umiltà: Tutte frecce nella faretra dei Sithonia assieme alla tesaurizzazione di un passato musicale (alludo soprattutto alle rotondità di Di Giacomo e compagni, ovvero il Banco) che trova il suo filone aurifero in quegli anni ’70 troppo spavaldamente rimossi o insabbiati.

L’album “Lungo il sentiero di pietra” (frutto di una travagliata autoproduzione) è un puzzle paesaggistico composto con dovizia di particolari: Si staglia tra le ritmiche pennellate di “Achill Island”, avventurandosi poi attraverso selvagge scarpate ad accarezzare i rovi di “Pubblicità” e “Non cercarli”; si abbandona tra “le pieghe di un disagio” nel “Foglio bianco”, indi si ferma ad origliare i morbidi fraseggi della “Folla di Passaggio”, per tuffarsi in tutto il suo fulgore alla foce del viaggio da cui scaturisce l’incantevole “Sogno di Scindigher”, melange di sonorità e mistiche evocazioni: La voce è atipica e graffiante: i testi, rigorosamente in italiano, trapelano un malessere esistenziale ed una lucida capacità critica rispetto ad una scena musicale dispersa e “confusa in mezzo ai simboli”.

Giorgio Giorgi su Bologna in campo


SITHONIA

“Lungo il sentiero di pietra” (Cameron)

Altro esordio per la scena New Prog italiana: i Sithonia. “Lungo il sentiero di pietra” arriva autoprodotto, nonostante la “corte” di alcune delle maggiori etichette indipendenti del giro progressivo (le cui offerte sono state rifiutatge solo per la comodità del lavoro in proprio). Il 33, così come il rimanente, vasto repertorio dei bolognesi, è splendido. Se i già visti prodotti della New Prog Wave nostrana, per quanto ottimi, hanno risentito piuttosto ampiamente dei modelli pescati nel magnifico mucchio dei 70s, i Sithonia hanno sviluppato invece uno stile totalmente originale. Certo partono dal miglior prog italiano della vecchia ondata, il Banco su tutti, ma non si limitano a ritocchi o ammodernamenti su quegli schemi : contaminano a più non posso, fanno ricerca, sperimentano con gusto e misura, hanno un occhio attentissimo per la sobrietà. Si bilanciano tra la semplice struttura del rock song e le complicate architetture progressive, trovando un equilibrio perfetto. Arrangiano sfrondando piuttosto che infoltendo o sovrapponendo, sono eleganti, lievi, arguti e folli il giusto. Fanno un po’ di teatro, prendono in giro e sanno prendersi in giro quando ci vuole: creano lunghi minuti minimali di pura atmosfera, cancellati dalla successiva manciata di secondi, strabordanti di melodia smagliante. Insomma, si è capito? Splendido, splendido davvero | Uno di quegli album da ascoltare e riascoltare senza pericolo di stancarsi, un lavoro libero da ogni pre imposizione, fatto da gente a cui non importa appartenere o meno a un “movimento”, gente arrivata alla maturità artistica dopo preziosi anni di affinamento, decisa, ora, a suonare la musica che reputano migliore ed esprimere compiutamente il proprio estro artistico. Un album da non perdere e, una volta tanto, di valore assoluto.


                                                                                            SANDRO PALLAVICINI


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